martedì 22 aprile 2008

poesia para bacterias


I blog spagnoli sono pieni in questi giorni di commenti e riferimenti al volume di poesia Poesia para bacterias (non ancora pubblicato in Italia, ovvio) che piace. E molto. Alla faccia dell’usurata frase di circostanza degli editori la-poesia-non-vende. Dipende che poesia, cosa dice e soprattutto chi la fa. Il merito è di Sergi Puertas (Barcelona, 1971) che ha saputo riunire 53 poeti con mira da cecchino. La prefazione, a cura del gruppo rap Violadores del Verso, è uno spasso. Sergi è autore dei volumi di poesia Ángeles Cansados, Tira mis sueños a la calle y la lluvia los hará crecer e Sigue buscando, hay miles de premios. Inoltre ha scritto i romanzi Porque sí, Subnormal e Mindundi. E stato capo redattore della mitica rivista El Víbora.
Smettiamo di chiamarla poesia underground? è poesia del 2008 e basta. Ecco la presentazione:
TEMPI NUOVI, TEMPI SELVAGGI

Viviamo tempi di dispersione. Questo dicevano le mie colleghe negli anni di lavoro in cui facevo l’insegnante. Che l’ultima cucciolata era sempre più svampita di quella prima. Quindi più svampita che mai. Che il focus di attenzione di questi cuccioli passava da punto a punto senza centrarsi mai completamente su nulla.
Certo, lo stesso succede anche ai tipi con cui mi trovo di solito per svuotare qualche pinta e riempire qualche ora. E lo stesso succede a me. Né la nostra età né la nostra condizione di lettori sembrano giocare un ruolo decisivo nell’equazione. Siamo sottomessi a un tale bombardamento di stimoli che non ci riesce facile trovarlo, il punto focale. E così succede quel che succede: se prima pregavamo perché i romanzi, i film e le canzoni che ci piacevano non finissero mai, ora sfregoliamo perché finiscano in fretta e lascino il posto ad altro. La tele del bar urla come una dannata e in casa il nostro software peer to peer rimpinza di cultura i nostri hard disk. L’inquinamento elettromagnetico dello spazio circostante incide su uno dei cellulari che riposano sul tavolo che prende a squillare.
E’ in momenti come questi che a uno di noi prende la smania di darsi alla macchia e mandare tutto affanculo. Cosa che sento sempre più spesso, del resto. In questi casi di solito si fa silenzio e tutti annuiscono con l’espressione di rifletterci su. E dopo ci si mette a discutere su quale scheda grafica renda meglio nei videogiochi.
Siamo troppo abbruttiti per fare gli eremiti. Quello che vogliamo è un prodotto che ci soddisfi. Qualcosa che ci faccia sperimentare una volta tanto una vera emozione in quest’era dell’aggeggio. E, abbiate la cortesia, fate in fretta. Fornitecela subito magari su un piatto d’argento. Che la rete chiama e il mio cazzo di ipod è pieno di roba arretrata da ascoltare.
Tutto ciò per dire che mi riesce difficile capire perché la poesia non abbia più lettori. Non l’ho mai capito, in verità. Ma ora ancora meno.
Acthung: una poesia é l’equivalente letterario di uno spot scritto da Charlie Kaufman e diretto da Michel Gondry, di un videoclip di Leftfield diretto da Chris Cunnigham. In una poesia ogni parola è una star e tutte e ognuna di esse sono scrupolosamente posizionate per raggiungere l’effetto desiderato. I tempi morti sono più corti di un secondo, non c’è (non dovrebbe esserci) possibilità di noia. C’è la ricerca di movimento e vigore in ogni fonema, in ogni idea, in ogni immagine. Una poesia é una superproduzione di metraggio ridottissimo dove il più piccolo dettaglio è coccolato. Ci sono colpi di scena, agnizioni inattese, sipari come lastre sui nostri crani nudi. Obiettivi aperti che riverberano nell’atmosfera, distorcendola come la visione 2-3-74 di Philip K. Dick.
Questa è la parola chiave per far funzionare la poesia: intensità.
Di conseguenza il poeta sa che deve sudarla. Ci può mettere delle ore articolando e definendo i contorni di quei versi fatti di niente che il lettore si sbrigherà in tre minuti di orologio.
A volte non importa neanche quanto tempo si è investito. A volte la poesia non funziona, comunque. E tocca continuare a sudare la prossima camicia.
Bene, il nostro potenziale di frustrazione come lettori è proporzionale al tempo buttato via. Tre minuti, udite udite.
Tre minuti, neanche uno di più. Non è come voltare la pagina numero quattrocento con la sensazione di essere stati truffati. Perché scegliere male nel villaggio globale dell’ozio, dove alzi la tavoletta del cesso e poggi il culo su un’altra offerta ludico-culturale, è veramente frustrante. Il tempo è denaro di questi tempi, lo sapete bene. Così come lo so io.
Solo tre minuti di orologio. Figuratevi se beccate una buona poesia. Che sbronza.
Consumo veloce. Soddisfazione immediata. O insoddisfazione lieve e passeggera e nuova opportunità di successo nella pagina successiva. Non so voi, ma io che non ho mai saputo dove ho la testa e che ho sempre meno pazienza, credo sia un affare redditizio. Anzi: non vi sa di secolo XXI allo stato puro?
Perché allora in un mondo che ha Youtube come punto di riferimento non si legge più poesia?
Una delle possibili risposte centra con la carica emozionale che può raggiungere una poesia in una cultura dove la leggerezza e la futilità sono gli standard. Che il lettore medio sia un idiota senz’anima, un tifoso della superficialità che si rifiuta di sperimentare emozioni vere o almeno verosimili, lo si può legittimamente supporre. Non dico di no, ma non fermiamoci qui. Andiamo oltre.
Il fatto che leggere poesia richieda una difficoltà particolare è un’opinione diffusa tra chi non la legge. Falsa, anche. Molti autori pretendono lotta e presentano conti salati, vero. Ma molti altri si leggono con la facilità delle più agili delle prose, senza che la materia prima sia per questo inferiore o peggio, scaduta.
Cos’è che non funziona allora? Forse il fatto che né i poeti né gli editori abbiano saputo vendere il prodotto. Ho il sospetto che ancora oggi siano in molti ad associare forzatamente il termine poesia con quei versi lunghi come preghiere che ci obbligavano a leggere e imparare durante la nostra infanzia. Senza entrare nel merito se erano buoni o no, non c’è dubbio che arrivarono fuori tempo e per vie coercitive. E qualcosa rimase come una ciste nel cervello, qualcosa che ancora oggi fa sì che una legione di persone associ la poesia con quei testi in rima dove primeggiava l’estetica, qualcosa di squisito alla sola portata dei più eruditi. Molto criptica, no? Il Cid cavalca ecc. Qualcosa che scrissero dei signori molto seri che non saprei nemmeno quanti anni fa sono morti. Crepati tutti prima della Guerra Civile, come minimo.
Insomma… tutti proprio tutti.....
Fate la prova. Cercate in Internet e vedrete che sono sempre di più gli autori che hanno un blog, ogni volta di più quelli che hanno attaccato i loro versi in qualche angolo della rete. Vedrete che noi poeti siamo gente con un client di posta elettronica e mobili Ikea in tutta la casa, che non possiamo permetterci di meglio. Certo è che siamo attivi e con voglia di dire. Non possiamo competere col porno e con i siti dei casinò on line, lo sappiamo, ma siamo abituati a diffonderci su riviste e libricini di tiratura limitatissima, quindi ogni notizia è per noi una buona notizia. Per la prima volta la poesia è alla portata del grande pubblico e non è più necessario passare al setaccio mercatini né inviare buste sigillate a caselle postali di editori unipersonali sollecitando il fatidico quaderno.
Sorpresa: la poesia é un prodotto vivo e, a mio modesto parere, un prodotto potenzialmente competitivo.
A qualcuno inizieranno a girare le balle che io parli sempre in termini di mercato per riferirmi alla “nobile” poesia, che paragoni i versi alle immagini di MTV. Certo è che, nella maggior parte dei casi, scrivere poesia è un processo intimo che si fa con amore e senza intenzione commerciale. Ma credo dobbiamo convenire sul fatto che quello che vogliamo è la sua diffusione. E perchè questo avvenga bisogna desacralizzare. Bisogna abbassare la parola, profanarla, svuotarla, spomparla. Offrire al pubblico la sua nuova incarnazione con la naturalezza di chi offre un disco pop o un cortometraggio girato in digitale.
Questo è precisamente quello che abbiamo tentato di fare con questo libro. Prescindere dalle tendenze e dalle correnti e riunire 53 autori che scrivono oggi e che s’impegnano per far sì che la poesia sia attuale e valida. 53 cecchini che, ognuno dal suo angolo della penisola, fanno poesia contemporanea, senza sbrodolamenti. Una poesia con radici nella tradizione, si sa, ma che ben poco ha a che vedere con quella che ci inflissero a scuola.
Il posto dove ero insegnante, colonia di una multinazionale yankee demoniaca, era principalmente orientato all’insegnamento dell’informatica ai ragazzi. I genitori ce li portavano acerbi perché facessimo di loro uomini e donne di profitto. Potevi vedere bambini di sette anni seduti su sgabelli da disegnatore, che agitavano il mouse, trascinando file da un archivio all’altro. Bambine di otto che riempivano fogli di calcolo sotto la luce dei neon. La scuola aveva moneta propria. Quando erano bravi, i bimbi venivano premiati con soldi di plastica.
Viviamo tempi di dispersione. Viviamo tempi apocalittici, anche.
Tempi così diversi dai precedenti che ci fanno pensare che gli issue scelti dai suoi abitanti saranno diversi. E così è per molti versi. Quando volterete pagina vedrete come i nostri autori esprimano a loro modo la perplessità e la rabbia che provoca esistere qui adesso.
Come vedete non parlo di nuove emozioni. Anche se i tempi non hanno mai cessato di cambiare da quando la nostra specie è stata scaraventata in questo mondo. Infatti, anche se durante le ultime decadi il nostro habitat, i nostri strumenti di relazione e le nostre abitudini hanno subito un’accelerazione così forte da non sapere più da che parte siamo girati, siamo sempre i soliti, sempre noi. Trogloditi accerchiati da giocattoli hi-tech e sovraesposti all’informazione che, alla fine della fiera, desiderano le stesse cose che desideravano quando vedevano le albe grigie dal freddo delle caverne. Sublimata fino all’assurdo, ma la sostanza rimane quella. Vogliamo essere felici. E possibilmente sperimentare qualcosa di simile a una botta, anche piccola, ogni tanto. Qualcosa che mantenga viva l’illusione che scrollarsi le lenzuola di dosso e accendere la prima sigaretta del giorno valga ancora la pena.Se leggendo questo libro vivrete anche solo la metà di quello che ho fatto io durante l’edizione, credo rimarrete soddisfatti del prodotto. Non vi pentirete del tempo e del denaro che avete investito.
Titolo: Poesía para bacterias
Autore dell’antologia: Sergi Puertas
Poeti:: Abad, Nacho; Barragán, Eugenio; Beà, Josep María; Biguri, Iker; Blanco Carrillo, Antonio; Blasco, Anna; Bonilla, Juan; Cabezón, Enrique; Cano, Harkaitz; Casares Gurmendi, Pablo; Comendador, Luis Felipe; Corcobado, Javier; Dávila, Salva; De Ory, Camilo; Doce, Jordi; Egido Arteaga, Santiago; Escuín Borao, Ignacio; Espejo, José Daniel; Falcón, Enrique; Fernández, Mario; Franco, Sergio R.; Frau, Juan; Galán, Ceferino; García Casado, Pablo; García, José Daniel; González Vázquez, Alberto; González, David; Iribarren, Karmelo; Izquierdo, Fertxu; Laputta, Johnny; Lardín, Rubén; Migoya, Hernán; Mor, Dolan; Mora, Vicente Luis; Muñoz Álvarez, Vicente; Orihuela, Antonio; Paz, Begoña; Pielfort, David; Pons Mora, Lluís; Rabanaque, Daniel; Ramos, Pepe; Rangel, Violeta C.; Rodríguez Pérez, Javier; Sáfrika; Sandongui, Purranki; Selt, Enric; Serrano Larraz, Miguel; Stabile, Uberto; Tajahuerce, Nacho; Vázquez, Alber; Vilas, Manuel; Williams Contreras, Al.
Casa Editrice: Cuerdos de Atar
Collana: Bala Rasa
Prezzo: 17,40 euros

5 commenti:

Anonimo ha detto...

ciao ana, sono enrico mattioli. ho letto il tuo intervento su riaprireilfuoco e ti ho risposto già lì.
non sapevo dove scriverti così lo faccio su questo post.
visitando il tuo blog ho notato che ti piace carver, e piace tanto anche a me.
adoro "per tess" (di cui ti riporto l'inizio), anche perchè tratta di mare.

"Giù nello stretto le onde schiumano, come dicono qui.Il mare è mosso e meno male che non sono uscito. Sono contento d'aver pescato tutto il giorno a Morse Creek, trascinando avanti e indietro un Daredevil rosso. Non ho preso niente. Neanche un morso. Ma mi sta bene così. E' stato bello!"


ciao Ana, buona giornata

enrico mattioli

ana.b ha detto...

buongiorno enrico, sai una cosa? la giornata iniziava col mare mosso e forse devo dire meno male che non sono uscita. per tess la adoro anch'io anche perchè è una spina che spesso buca ma è stata bella. buonagiornata anche a te e grazie...

enrico ha detto...

Sì, Ana, una spina. Come tutte le rose, no?

salutoni

enrico ha detto...

ana, il senso pratico... francamente non ho mai capito come si determini, conosco però molte persone che ne hanno e glielo lascio volentieri.
la bellezza può salvare il mondo? è buffo, avevo scritto "ciangaloni ciangoni" pubblicato su riaprire il fuoco che trattava proprio di salvare il mondo... però in quelle pagine di bellezza ce n'era poca, c'era solo la rabbia che si prova la mattina.
il senso pratico non è bellezza, il senso pratico è calcolo. sostituisci i numeri con la punteggiatura, forse i conti non torneranno, ma vuoi mettere quando rimani a guardare il mare?

saluti

Sergi Puertas ha detto...

Anda,

Hay que ver como gana mi discurso reprocesado y traducido. Luce musical y criptico como un verdadero poema. Mil gracias por dar difusion a mi invento, Ana.

Abrazones a tutti.